Proiezioni Speciali

HEIMAT 2
DIE ZEIT DER
ERSTEN LIEDER (ep. 1)
ZWEI FREMDE AUGEN (ep. 2)
HEIMAT II: A CHRONICLE OF A GENERATION

di Edgar Reitz
Germania, 1992, 121'+115', colore, b/n
 
LE DATE SARANNO PRESTO DISPONIBILI

fotografia
Christian Reitz
Gernot Roll
Gérard Vandenberg
montaggio
Susanne Hartmann
musica
Nikos Mamangakis
scenografia
Franz Bauer
costumi
Nikola Hoeltz
Ilse Brassers

episodio 1
interpreti
Henry Arnold (Hermann)
Salome Kammer (Clarissa)
Franziska Traub (Renate)
Hanna Köhler (Frau Moretti)
Fred Stillkrauth (Kohlenjosef)
Frank Röth (Stefan)
Lazlo I. Kish (Reinhard)
Peter Weiß (Rob)
Michael Seyfried (Ansgar)
Lena Lessing (Olga)
Kurt Weinzierl (Dr. Bretschneider)

episodio 2
interpreti
Daniel Smith (Juan)
Henry Arnold (Hermann)
Salome Kammer (Clarissa)
Franziska Traub (Renate)
Hannelore Hoger (Elisabeth Cerphal)
Hanna Köhler (Frau Moretti)
Alfred Edel (Herr Edel)
Frank Röth (Stefan)
Lazlo I. Kish (Reinhard)
Peter Weiß (Rob)
Michael Seyfried (Ansgar)
Lena Lessing (Olga)
Armin Fuchs (Volker)
Martin Maria Blau (Jean-Marie)
Edith Behleit (Clarissas Mutter)

DIE ZEIT DER ERSTEN LIEDER (HERMANN)
Hermann, un giovane aspirante musicista, proveniente da un villaggio dell’Hunsrück, arriva nella grande città, dove ha intenzione di studiare. Dopo la fine dolorosa del suo primo amore, il suo unico grande scopo è condurre una vita da artista, dedita solo alla musica. Ha rinunciato definitivamente all’amore, ma già nei primi giorni incontra la bella violoncellista Clarissa. Prova con tutte le sue forze a resistere a quest’attrazione, passa le notti con i suoi nuovi amici e si lascia ammaliare da Renate e dalla signora Moretti. Segue i giovani registi Reinhard, Rob e Stefan e diventa un membro di questa cerchia, dove conosce altre donne attraenti. Hermann si immerge nella vita del quartiere bohème di Monaco, Schwabing. Ben presto, inizierà a chiedersi se in mezzo a tutta quella musica riuscirà a rimanere fedele al suo voto di non innamorarsi mai più.

ZWEI FREMDE AUGEN (JUAN)
Juan è arrivato a Monaco dal lontano Cile. Come Hermann, vuole studiare musica all’Accademia, ma non supera l’esame di ammissione, perché interpretano in modo folcloristico il suo modo di suonare il flauto e vari strumenti a percussione. Hermann diventa il migliore amico di Juan e, insieme, si mettono in mostra suonando per strada o nelle case di ricchi borghesi. In segreto, anche Juan è attratto da Clarissa e riesce persino a baciarla durante un viaggio in treno. Quando Hermann lo scopre e, oltre tutto, la sua valigia scompare dalla stanza della signora Moretti, si ammala. L’ex insegnante di Hermann, che è in visita a Monaco con la sua amante, incontra lo studente di un tempo e lo trova disperato e scosso dalla febbre. Hermann non è più in grado di controllare l’impeto dei suoi nuovi sentimenti.

2013 Die andere Heimat: Die Auswanderung (L’altra Heimat – Cronaca di un sogno)
2004 Heimat 3. Chronik einer Zeitwende in 6 Filmen (Heimat 3. Cronaca di una svolta epocale)
1995 Die Nacht der Regisseure (La notte dei registi)
1992 Die Zweite Heimat. Chronik einer Jugend in 13 Filme (Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza)
1984 Heimat – Eine Chronik in elf Teilen (Heimat)
1982 Geschichten aus den Hunsrückdörfern (doc)
1978 Der Schneider von Ulm (Il sarto di Ulm)
1978 Deutschland im Herbst  (Germania in autunno, episodio: Grenzstation)
1977 Stunde Null (Ora zero)
1974 In Gefahr und größter Not bringt der Mittelweg den Tod (Quando un grave pericolo è alle porte le vie di mezzo portano alla morte, con Alexander Kluge)
1973 Die Reise nach Wien (Il viaggio a Vienna)
1972 Das goldene Ding (La cosa d’oro, con Ula Stöckl, Alf Brustellin, Nikos Perakis)
1971 Geschichten vom Kübelkind (Storie della ragazza del bidone, con Ula Stöckl)
1971 Kino Zwei (Cinema 2, tv)
1969 Cardillac (doc, tv)
1969 Filmstunde (Ora di cinema, doc tv)
1967 Fußnoten (Note a piè di pagina, tv)
1967 Mahlzeiten (L’insaziabile)

Trasferitosi, dopo la maturità, per studiare a Monaco nel 1952, Edgar Reitz (Morbach, 1932) si interessa di letteratura e teatro ma poi è il cinema a monopolizzare i suoi interessi: già nel 1953 realizza in collaborazione dei brevi documentari: Auf offener Bühne e Gesicht einer Residenz. Segue un tirocinio professionale nel campo della produzione, della fotografia, della montaggio, e dal 1957 la regia di numerosi cortometraggi, lavori pubblicitari e documentari scientifici che gli servono per apprendere sul campo le tecniche del cinematografo. A fianco di Alexander Kluge firma il Manifesto di Oberhausen (1962) mentre l’anno successivo è co-fondatore e docente del Dipartimento Cinema della Hochschule für Gestaltung di Ulm, il primo centro di formazione del nuovo cinema tedesco.

Forte di un bagaglio tecnico pressoché sconosciuto ai giovani contestatori dello “Junger Deutscher Film”, dopo aver diretto la fotografia nel primo film di Kluge, Abschied von Gestern (Addio da ieri, 1966), debutta subito dopo con Mahlzeiten (Leone d’argento a Venezia per la migliore opera prima nel 1967), sconsolata e pessimistica radiografia di un rapporto di coppia. Nel successivo Cardillac (1969), che prosegue una struttura narrativa caleidoscopica, affronta invece con rabbia sessantottina il tema del disagio dell’artista nella società. Si apre quindi una fase di sperimentazione influenzata dalle suggestioni palingenetiche del movimento studentesco: Geschichten vom Kübelkind (diretto con Ula Stöckl, 1971 in 23 episodi) anticipa, nella segmentazione delle storie e nella durata di quasi quattro ore, la propensione per moduli di racconto e di ricezione atipici; oppure Das goldene Ding (La cosa d’oro, con Ula Stöckl, Alf Brustellin, Nikos Perakis, 1972), girato in collettivo. Nel successivo Die Reise nach Wien (Viaggio a Vienna, 1973), il regista torna sì alla tradizione ma suscitando, specie in certe frange della critica più ideologizzata, non poche perplessità con una leggiadra commedia in cui si descrive la scanzonata ricerca dell’evasione di due donne durante i tragici tempi della Seconda Guerra Mondiale.

È del 1976 il suo incontro con lo sceneggiatore Peter Steinback e con il direttore della fotografia Gernot Roll; con loro realizza Stunde null (Ora zero, 1977), un road-movie di piccole storie ambientate nel periodo di interregno seguito alla fine del nazismo, a conferma della sua già matura abilità calligrafica e cronachistica. Reitz collabora ancora alla ducu-fiction francofortese di Alexander Kluge In Gefahr  und grösster Not bringt der Mittelweg den Tod (Quando un grave pericolo è alle porte, le vie di mezzo portano alla morte, 1974), nonché al film-collettivo Deutschland im Herbst (Germania in autunno, 1978). Il clamoroso fallimento economico di un costoso e sfortunato film in costume, Der Schneider von Ulm (Il sarto di Ulm, 1978), sembra, però, segnarne la fine della carriera.

Come un’araba fenice il talento del filmmaker esplode, invece, dopo anni di silenzio, in Heimat – Eine Chronik in elf Teilen (Heimat, 1984), un’immensa epopea cine-televisiva di quasi sedici ore co-sceneggiata da Peter Steinback e fotografata da Roll che ricostruisce, alternando bianco e nero, e colore, sessantatre anni di storia contemporanea tedesca dall’ottica periferica di un immaginario villaggio dell’Hunsrück, la piccola regione natale del regista. Al successo internazionale di Reitz contribuisce un seguito altrettanto audace, Die zweite Heimat – Chronik einer Jugend (Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza, in tredici episodi della durata di circa 25 ore e mezzo, 1992), dove si descrive la Monaco bohémien degli anni Sessanta dalla partenza di Hermann dall’Hunsrück per la capitale della Baviera sino al suo ritorno a casa nel 1970. Infine raccontando la storia della riunificazione tedesca sino all’alba del nuovo millennio in Heimat 3. Chronik einer Zeitwende in 6 Filmen (Heimat 3. Cronaca di una svolta epocale), Reitz conclude la sua epica saga ripescando dal precedente, i musicisti Hermann e Clarissa: la qualità e la lunghezza (“solo” 12 ore scarse di film) si sono un po’ ridotte, ma permane la grandiosità di un disegno narrativo che alterna b&n e colore, il serio al faceto, il dramma alla farsa.

Sempre pressante resta in Reitz la ricerca inesausta di un linguaggio nuovo e antico al tempo stesso. Propenso a seguire le proposte innovative di Jean-Luc Godard o dell’amico Alexander Kluge, il regista, però, non porta mai la disarticolazione della narrazione agli esiti estremi di questi due caposcuola. Perché, pur non perdendo mai di vista una precisa vocazione politica, opera prevalentemente sul terreno impervio di uno stile al tempo stesso poetico e cronachistico. Il pesante fardello del mondo in ricostruzione di cui vuole essere cantore, e la scelta di una struttura narrativa basata su piccole storie, trova il suo correlato espressivo in un linguaggio allusivo, in perenne divenire, che si interroga sulle regole della sua stessa grammatica. Perciò tra i personaggi preferiti dall’autore ci sono i bambini (Das goldene Ding è una rivisitazione del mito del Vello d’oro interpretata da adolescenti; Heimat centra la sua attenzione sui piccoli e sulle donne) che, con il loro occhio naïv, si rivelano i portavoce ideali per uno sguardo vergine sul mondo. Ed è proprio qui, in questo nuovo sguardo, che si avvera uno dei motivi di maggiore forza del regista: la capacità di conciliare il Mito alla Storia.

Potente metafora che sorregge come una chiave di volta il primo Heimat, questo connubio rivela un’inaspettata visione antropologica: il senso della Famiglia, della Storia, della Maternità si definisce attraverso un tempo sospeso, reso ambiguo dal trascolorare apparentemente casuale del b&n nel colore e viceversa, nella musica astorica di Nikos Mamangakis. Il lavoro, calibrato su potenti suggestioni musicali e visive, riesce miracolosamente a passare dai toni della pura e semplice cronaca familiare a quelli del film storico, dai ritmi atemporali di un’Epica di vasta portata, ai momenti più delicati di un intimismo mai manierato. Per questo motivo la forte carica archetipica di alcuni episodi di Heimat, riescono a fondersi con una precisa resa realistica e quasi documentaria del mondo e della Storia mentre i personaggi del serial riescono a essere, al tempo stesso, figure emblematiche e personae con una precisa coerenza psicologica. Più superficialmente cronachistico è, invece, Die zweite Heimat, film visivamente affascinante e dal gusto balzacchiano che, concentrando l’attenzione sulla crescita di un solo personaggio (Hermann, il ragazzo che partiva dal paese natio alla fine del primo Heimat), passa alla visione di un universo (Monaco) e di un periodo (il Sessantotto). L’ottica storica come il tema della musica dominano a tutto campo Heimat 3 ed è probabile che il passaggio dal Mito alla Storia esplicato nel secondo e terzo ciclo abbia generato un serial forse meno suggestivo e coeso. Tuttavia il risultato complessivo di questo grandiosa saga novecentesca resta tra i più notevoli della cinematografia tedesca (e non solo) più recente. [Giovanni Spagnoletti]