Dopo la consegna del riconoscimento, la regista ha dialogato con Maria Bonsanti sulla propria formazione, sull’incontro con Claire Denis e sull’interesse per il tema delle migrazioni. Articolo di Lorenza Gaia Emanuela Cassano

Il Cinematografo, in collaborazione con le Giornate degli Autori, ha attribuito a Mati Diop il premio “Le vie dell’immagine”. Questo riconoscimento è stato istituito quattro anni fa insieme al fondatore delle GdA Giorgio Gosetti che voleva creare un riconoscimento per valorizzare gli artisti capaci di esprimersi attraverso diversi dispositivi d’immagine.

Per l’evento, Mati Diop era collegata con la Sala Laguna direttamente da Parigi. Non le è stato possibile partecipare in presenza a causa di problemi personali. Il premio, ritirato dal manager di Diop, è stato consegnato da Monsignor Davide Milani (Presidente della Fondazione dello Spettacolo e direttore del Cinematografo). Tra le motivazioni spicca quella per «il suo lavoro politico nel senso più alto, come spazio di reinvenzione simbolica della storia». Nel suo discorso di ringraziamento, Diop ha voluto esplicitare le sue preoccupazioni verso il contesto politico mondiale, soprattutto rispetto all’ascesa dell’estrema destra che «prende di mira i corpi, le differenze, le immagini e la narrazione che ne viene fatta».

Dopo la premiazione, l’evento è continuato con un dialogo tra la regista e Maria Bonsanti, e con la proiezione del suo cortometraggio Atlantiques (2009). Si è parlato della sua formazione, del suo incontro con Claire Denis e del suo interesse per il tema delle migrazioni.

Rispetto alla sua formazione, Diop ha raccontato che la sua famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita artistica. Lei, infatti, è cresciuta in un ambiente familiare che vanta una diffusa vocazione artistica. Il contatto ravvicinato con diversi mezzi espressivi ha contaminato la sua visione senza mai soffocarla. In questo senso, la vera sfida è stata riuscire a trovare una voce che potesse sentire limpidamente come propria.

L’influenza delle sue origini, però, non si limita all’impatto artistico in senso stretto, ma viene richiamata anche dai temi che sceglie di trattare. La sua doppia cultura (francese e senegalese) ha acuito una sensibilità rispetto alla questione delle migrazioni, che viene richiamata anche nel corto proiettato. Contestualizzando Atlantiques, Diop ha aggiunto che la sua idea era quella di restituire umanità e dignità a delle storie che i media occidentali descrivono solo attraverso dati asettici senza tenere conto della sofferenza di chi le vive.

La vocazione politica caratterizza anche le opere di Claire Denis. Riguardo al loro incontro, Diop ha spiegato come Claire l’abbia fatta sentire riconosciuta in un panorama artistico che privilegia quasi esclusivamente gli uomini bianchi.