01/09/2019

Mario Martone
tra cinema e teatro

di Kabir Yusuf Abukar e Carlo Maria Rabai

Sabato 31 agosto alla Villa degli Autori, Flavio Natalia direttore di «Ciak» e i critici cinematografici Fabio Ferzetti e Oscar Cosulich, hanno incontrato e intervistato Mario Martone. Il regista napoletano ha raccontato aneddoti e retroscena di un'intera carriera che si muove ormai con disinvoltura tra cinema e teatro.

«Per il mio primo film, Morte di un matematico napoletano, non volevo ripararmi all'ombra di uno sceneggiatore solido che mi aiutasse nel mio film d'esordio, volevo che sbagliassimo "con le nostre mani", come dicevo allora, quindi decisi di collaborare con Fabrizia Ramondino, scrittrice che non aveva esperienze in sceneggiatura, mentre per la fotografia chiamai Luca Bigazzi, che all'epoca aveva appena fatto un bellissimo film con Silvio Soldini, L'aria serena dell'ovest, e per il montaggio mi affidai a Jacopo Quadri, che era alle sue prime esperienze. Era un periodo in cui erano ancora vivi tutti i mostri sacri del cinema italiano, e allora i produttori si tutelavano dai rischi del regista esordiente mettendogli accanto il direttore della fotografia, il montatore, lo sceneggiatore d'esperienza. È stato un periodo un po' faticoso, perché - fino a poco tempo fa - sentivi parlare sempre di Rossellini, Fellini e degli altri grandi del dopoguerra, e il confronto sembrava inevitabile. E intanto pensavo: sì, d'accordo, però adesso ci siamo noi».

Napoli è sempre un punto di riferimento. «Per il film L'amore molesto - ha continuato Martone -  che mi era stato consigliato da Fabrizia Ramondino, mi scambiavo lettere con Elena Ferrante, le mandavo la sceneggiatura e lei me la correggeva in determinati punti e per fare il film mi muovevo in questa Napoli crepuscolare usando il libro come una mappa, quasi fosse un road movie napoletano. Il libro mi attraeva moltissimo, mi venivano addosso i suoni da quanto era concreta la sua scrittura e mi piaceva anche il fatto che non si sapesse chi fosse, in realtà, la scrittrice».

Parlando invece de Il sindaco del rione Sanità, in concorso nella selezione ufficiale, Martone ha detto: «Il luogo di San Giovanni a Teduccio è fondamentale: Napoli non è solo un fondale, un pezzo di storia, una città astratta e stereotipata come ormai si è soliti dipingerla, ma è soprattutto una terra concreta e difficile. Francesco Di Leva lo conosco abbastanza da considerarlo un attore e un uomo straordinario. Proprio a San Giovanni ha fondato il NEST, ex palestra di una scuola abbandonata trasformata in un avamposto teatrale importantissimo in una zona degradata. È una terra che allo stesso tempo reagisce, e Francesco ne è l'esempio, la prova vivente. È quando ci si trova in queste situazioni, come a San Giovanni a Teduccio e con queste persone, che improvvisamente tutto quello che leggi, vedi in televisione, a teatro attraverso la scrittura e regia di Eduardo De Filippo, tutto diventa vivo e vero».

«Io sono un napoletano del centro - ha proseguito Martone -, un borghese. Però per me, come dire, la seduzione del rapporto con la parte popolare della mia città è sempre stata molto forte, mi piace mescolare e confrontarmi con altri mondi artistici. Specialmente per quanto riguarda la dimensione musicale, che è importantissima, fin dal mio primo periodo teatrale, quando si usavano i Revox. Il mio è dal principio un teatro di contaminazione. Se invece consideriamo Capri-Revolution, è il primo film in cui ho chiesto di comporre la colonna sonora da zero; diversamente, in tutte le altre occasioni, ho sempre lavorato montando dei brani come elementi del montaggio. Ad esempio in Noi credevamo: la colonna sonora era tutta composta da brani dell'Ottocento italiano, in alcuni casi arie non cantate, solo orchestrate. E l'idea nacque dal proposito di andare ad ascoltare Riccardo Muti a Roma. Il mio lavoro orbita proprio intorno a questa idea: un'esperienza artistica come viaggio, che non rifiuta le contaminazioni».